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L'inquisizione è sempre e solo cattolica? PDF Stampa E-mail
Scritto da Sergio Angeli   
martedì 05 gennaio 2010

 

Per quanto si tenda ad ignorarlo, il problema “giustizia” in Italia è di natura culturale prima ancora che politica; ove per culturale si intende non tanto  l’aspetto tecnico – giuridico, quanto la percezione che il comune cittadino ha della amministrazione della giustizia o l’acquiescenza che vi manifesta.

Il famoso aforisma giolittiano “La legge per i nemici si applica e per gli amici si interpreta” non fotografa solo una situazione d’epoca, ma una sensibilità diffusa  sia da parte di chi esercita il potere giudiziario, sia da parte di chi potenzialmente vi è sottoposto.

Non a caso questo aforisma, recentemente rispolverato solo da qualche esponente del centrodestra, fino al ’68 era spesso citato dalle firme illustri del giornalismo; le quali poi da una certa stagione in poi, non solo mortis causa,  hanno provveduto a dimenticarlo.

Ma l’aspetto culturale del problema risulta ancora più evidente riesumando il film del 1974, e la data non è secondaria,  “Fatti di gente perbene” di Bolognini.

Il film ricostruisce la vicenda del processo Murri che arroventò il clima bolognese e nazionale dei primi anni del secolo scorso, quando nel 1905 si celebrò il processo per l’omicidio del Conte Bonmartini, genero dell’illustre prof. Augusto Murri, clinico di fama internazionale, che vide come accusato il figlio del professore, Avvocato Tullio Murri, consigliere comunale socialista, travolgendo indirettamente lo stesso scienziato, libero pensatore e dichiaratamente ateo.

Il film è tuttavia imperniato sulla figura del giudice istruttore Stanzani, cattolico osservante, uso a comunicarsi ogni mattina, di cui  intende denunciare l’atteggiamento iniquamente inquisitorio.

Tant’ è che proprio sul risalto dato al comportamento inflessibile ed ideologico di questa figura di giudice, che coglie l’occasione dell’indagine per fare un processo alle idee e ai principi educativi progressisti del vecchio Murri, concordò l’apprezzamento della critica, che ritenne scorgere nell’opera una denuncia di alto profilo etico  di un esercizio partigiano e persecutorio del potere giudiziario. E siamo, è bene ribadirlo, nel 1974; anni in cui si dava per scontato che  solo un giudice conservatore, magari “cattolico e clericale”, poteva comportarsi così; occasione per la critica militante, o semplicemente progressista,  di andare oltre il contesto strettamente filmico e sperticarsi in considerazioni di censura per un abuso di potere tanto ideologico.

Quella stessa condivisibilissima impostazione culturale a quarant’anni di distanza è però totalmente scomparsa.

Gli stessi opinionisti progressisti, o quantomeno le stesse testate giornalistiche, si mostrano oggi favorevoli, o quantomeno acquiescenti, a un atteggiamento istruttorio da tribunale dell’inquisizione, dove la tesi colpevolista, spesso retta da un’architettura provvisoria, deve comunque servire a indirizzare la pubblica opinione, proprio con la sponda da essi offerta, a dare per assodata una colpevolezza morale, prima ancora che giuridica, tale da trasformare l’imputato da persona a personificazione del male.

Il problema, dunque, è squisitamente culturale.

C’è anzi da meravigliarsi che le reti Mediaset non trasmettano questo film del 1974, di vent’anni antecedente Tangentopoli e riferentesi a una istruttoria processuale di un secolo fa’, con la stessa cadenza con cui mandano in onda Don Camillo.

Ma anche questo, in ultima analisi, è un problema culturale.

 

                                                                                                              

Ultimo aggiornamento ( martedì 05 gennaio 2010 )
 
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